sabato 27 maggio 2017

"Ancora Morte in Nome di un Dio"

Ieri abbiamo appreso dell'ennesimo attacco terroristico contro bambini e civili inermi. A Minya, città dell'Egitto a circa duecentocinquanta chilometri a sud del Cairo, una decina di esseri spregevoli armati di tutto punto hanno attaccato un convoglio di bus su cui viaggiavano dei cristiani copti uccidendo e ferendo oltre cinquanta persone tra cui diversi bambini. Una nuova crudele azione che nulla a che fare con guerre o insurrezioni, bensì con la professione di un credo diverso. Persone innocenti si recavano a un monastero per pregare, ma un crudele destino li attendeva; proiettili di piombo sparati da armi automatiche imbracciate da terroristi hanno straziato i loro corpi trasformando una giornata di gioia in una di morte.
A un certo punto sorge spontanea la domanda. Ma cosa hanno in comune la maggior parte degli attentati che riempiono le cronache nere da tanti anni? Qual è la principale matrice degli eccidi che avvengono in Asia, Europa, Africa e America? La risposta è giunta rapida, il grido di Allah Akbar. Uomini uccidono altri uomini e spesso se stessi in nome di un Dio.
Si sente affermare che tali azioni sarebbero compiute da un numero limitato di fanatici che traviserebbero gli insegnamenti del Corano, ma è proprio così?
L'analisi dei freddi numeri è impietosa. Sapete quanti attentati di matrice islamica sono stati eseguiti nel mondo dal 2001 ad oggi? Sapete quante vittime hanno causato? Esaminando i valori più prudenziali tra quelli forniti da fonti come il Global Terroris Database e The Religion of Peace la risposta è drammatica. Oltre trentamila attentati con centinaia di migliaia di morti e feriti. Parliamo di una media di quasi duemila attentati l'anno, circa cinque al giorno. Dati che dovrebbero far riflettere sulla reale capacità penetrativa di questo fenomeno terroristico basato sull'ideologia religiosa fondata millecinquecento anni fa da un commerciante di La Mecca.

Alfred B. Revenge