venerdì 9 settembre 2016

"Nessun Uomo è un'Isola"

"Nessun Uomo è un'Isola"
 
La lettura dei bellissimi versi del poeta inglese John Donne, che furono successivamente ripresi e resi famosi dallo scrittore statunitense Ernest Hemingway nel suo libro “Per chi suona la campana”, hanno condotto la mente ad elaborare alcune semplici domande:
Desideriamo farci belli, ma per quale ragione?
Desideriamo riuscire nella vita, ma per quale ragione?
Desideriamo costruire, realizzare qualcosa, ma per quale ragione?
E, soprattutto, per quale ragione sentiamo inarrestabile il bisogno d'amore e di far felice un nostro simile?
Le mie risposte hanno sempre la stessa base comune; ogni essere umano sotto l'aspetto emozionale risulta incompleto. E' come se fossimo titolari di capacità come l'intelligenza, la sensibilità, la volontà, che acquisiscono pieno significato soltanto se entrano in simbiosi con quelle di altre persone. Doni di madre natura che si uniscono con doni di madre natura per creare un qualcosa di veramente perfetto. Sì, la completezza raggiunta attraverso una fusione tra ciò che di più vitale è racchiuso in ognuno di noi. E cos'è questo se non amore? D'altronde, la stessa storia dell'uomo non è altro che la continua ricerca di soddisfare il bisogno di quell'amore spesso fortemente contrastato da emozioni e pensieri tutt'altro che nobili. Ecco perché io penso che la realizzazione di ognuno di noi si raggiunge quando vengono reciprocamente scambiati i doni che la natura ci ha generosamente riservato.
Già migliaia di anni fa qualcuno scrisse nel più famoso libro della storia umana:
“Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile.” Fu allora, secondo quanto scritto nella genesi della Bibbia, che “Dio plasmò, con la costola che aveva tolto all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: “Questa è carne della mia carne, è ossa dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta.”
Bene, io penso che queste parole, al di là del credo religioso, abbiano una particolare rilevanza; non a caso, nel linguaggio semitico il termine “carne della mia carne” significa un essere come me stesso, un'unione completa in ogni aspetto. Uomo e donna, pur nel rispetto della loro individualità, rappresentano un'unica cosa, un'unica realtà. Ecco che la solitudine soccombe. Ecco perché in questi versi di John Donne l'uomo non è solo; ogni suo gesto, incluso il morire, coinvolge altri esseri umani.

Nessun uomo è un'isola
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una nuvola
venisse lavata via dal mare,
l'Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.